L’italiano nello scritto e il dialetto nel parlato




Nei secoli XVI, XVII, XVIII e XIX il fiorentino si è imposto sempre più come lingua unitaria, usata come mezzo di comunicazione da scrittori e scienziati appartenenti alle diverse regioni d’Italia; tale lingua era però conosciuta soltanto dalle persone colte che la imparavano sui libri e se ne servivano solo per scrivere le loro opere, spesso nemmeno loro sapevano usarla con facilità nel parlato. Solo in Toscana si parlava quella che diventerà la lingua italiana, in tutte le altre regioni parlavano in dialetto (le opere letterarie che intendevano rappresentare lo svolgersi della vita quotidiana sono scritte in dialetto, si pensi alle commedie di Carlo Goldoni, autore del XVIII secolo, in dialetto veneziano).

L’esigenza di una lingua comune comprensibile da tutti gli italiani si è manifestata nei primi decenni dell’Ottocento quando ha iniziato a diffondersi l’idea di un’Italia unita.

Dialetti italiani

In Italia tutte le lingue romanze parlate insieme all'italiano, ma diverse rispetto all'italiano modello, sono chiamate "dialetti italiani". Molti dialetti sono lingue a tutti gli effetti, ed è importante distinguere fra dialetti d'Italia (non ufficialmente riconosciute come lingue) e dialetti dell'italiano (ovvero varianti della lingua-modello). Il primo gruppo include lingue che sono riconosciute dalla comunità linguistica internazionale ma non dallo Stato italiano, come il piemontese, il napoletano, il ligure, il siciliano, il veneto, il lombardo e le rispettive varianti regionali. Il secondo gruppo invece include tutte le varianti dell'italiano modello, spesso chiamate "italiano popolare", le quali si distinguono almeno su due dimensioni, ovvero quella geografica e quella sociale. Per quanto riguarda le varianti dell'italiano, le differenze fra varianti regionali possono essere dimostrate da vari fattori: l'apertura della vocali, la lunghezza delle consonanti, e l'influenza della parlata locale (per esempio, annà rimpiazza andare nell'area di Roma).

Il Piemontese è riconosciuto fra le lingue minoritarie europee fin dal 1981 ed è inoltre censito (внесен в перечень) dall'UNESCO (Red book on endangered languages) tra le lingue meritevoli di tutela. È una lingua neolatina occidentale appartenente al sistema dei dialetti gallo-italici parlati nell'Italia settentrionale. Secondo alcuni studiosi sembra costituire una transizione (переход) tra le parlate gallo-italiche dell'Italia del nord e le lingue gallo-romanze.

Come lingua scritta, il Piemontese si usa fin dal XII secolo, ma una vera koinè si sviluppa solo nel settecento, epoca che vede la nascita di una letteratura a carattere nazionale che tocca tutti i generi, dalla lirica al romanzo, alla tragedia, all'epica.

La lingua piemontese è di origine neo-latina, ovvero romanza, formata dal latino, con successivi apporti di vocaboli dall'italiano, dal francese, dal franco-provenzale, dagli idiomi occitani, germanici, dall'arabo e dallo spagnolo.

Storia

Nel sec. XVIII è stata stampata la prima grammatica della lingua piemontese (in piemontese: gramàtica piemontèisa) ad opera del medico Maurizio Pipino (1783); però era incompleta. Caratteristiche

Fonetica

Il gruppo latino delle occlusive (смычные согласные) -CT diventa –it-, come in francese: NOCTEM > neuit; LACTEM > làit.

Le consonanti latine occlusive (смычные) non sonore /p/, /t/, /k/, subiscono un indebolimento o perfino cadono: FORMICAM > furmìa; APRILEM > avril.

I nessi sillabici CE- CI- GE- GI-, che in latino sono velari /k/-/g/, diventano fricative alveolari /s/: CINERE > sënner; CENTUM > sent; oppure affricata alveopalatale /dz/: GINGIVA > zanziva (десна).

Morfologia e sintassi

Sostantivi e aggettivi

Salvo alcune eccezioni il singolare e il plurale dei nomi maschili sono identici: ël cit / ij cit; ël prèive / ij prèive.

I plurali femminili derivano dall’accusativo latino (come in francese, spagnolo eccetera) non dal nominativo (come in italiano e nei suoi dialetti).

Nella proposizione comparativa, per esprimere il secondo termine di paragone si usa “che” e non “di”: cost lìber a l’é pì bel che‘l tò.

Pronomi personali

La frase piemontese affermativa usa obbligatoriamente il pronome personale soggetto atono (con o senza presenza del pronome personale soggetto tonico), il che dà origine ad una struttura grammaticale aliena tanto all'italiano quanto al francese (Mi) i son.

Nelle forme interrogative può essere utilizzata una particella interrogativa enclitica (e in questo caso in genere scompare il pronome verbale) Veus-to deje deuit a sossì?.

Spesso il pronome personale oggetto viene raddoppiato. Es: mi ha detto = am ha dime.

I complementi clitici nei tempi composti si pospongono (стоят после) al verbo: i l’hai faje; a l’ha dijlo.

Pronomi ed avverbi (наречие) interrogativi

Le interrogative introdotte da avverbio o pronome necessitano spesso dell’uso del pronome “che”. Altrettanto (также) pronomi delle frasi affermative: chi ch'a l’é? = chi è?; quand ch’i rivo = quando arrivo; chi ch’a l’ha dimlo = chi me lo ha detto.

Verbi

Persiste in piemontese la desinenza latina, come anche nel friulano (-S) della seconda persona singolare verbale, che invece cade in italiano:

nella desinenza della seconda persona singolare del presente indicativo negli ausiliari e nei verbi irregolari: it ses; it vas; it l’has; it sas.

nella desinenza della seconda persona singolare del futuro di tutti i verbi: it cantras; it sernras...

nella desinenza della seconda persona singolare di ogni modo e tempo nella costruzione della forma interrogativa con il relativo pronome: it càntës-to?; it fas-to?; it parlàvës-to?...

La negazione si pone dopo il verbo o l’ausiliare: i mangio nen; i l’hai nen mangià.

Si preferisce porre il modo finito del verbo (forma esplicita) in luogo dell’infinito: so di scrivere male = i sai ch’i scrivo mal.

Esiste un imperativo negativo (assente in italiano, ove si usa la forma infinita) Fa pa lolì!

Si adoperano spesso gli infiniti sostantivati in luogo del sostantivo italianizzato: es: il battito del cuore = ël bate dël cheur; una bella parlata = un bel parlé; un’andatura sostenuta = un bel andé.

Le forme italiane “sono io, sei tu...” si trasformano in “a l’é mi, a l’é ti...”. Es: sono io che l’ho comprato = a l’é mi ch’i l’hai catalo.

In luogo del participio presente (che non esiste) e del gerundio, per evidenziare la continuità dell’azione, si suole adoperare l’espressione “esse ‘n camin che...”. es.: Dove stai andando? = Anté ch’it ses an camin ch’it vas? Il sole morente sul fiume = ël sol an camin ch’a meuir an sël fium.

Quando il futuro è già evidenziato da un complemento di tempo il verbo resta al presente: doman i rivo = domani arriverò.

In piemontese il tempo verbale che in italiano corrisponde al passato remoto è scomparso dall'uso fin dal '700. Viene usato al suo posto il passato prossimo: Una settimana fa andai si traduce na sman-a fa i son andàit. Al limite se si tratta di tempi molto remoti si utilizza il trapassato prossimo: Ci andai dieci anni fa diventa I j'era andaje ch'a l'é des agn. Questa caratteristica è cosi profonda che anche nel parlare in Italiano i Piemontesi utilizzano molto raramente il passato remoto.

Grafia e fonologia

L'alfabeto piemontese è costituito da 25 lettere, 4 in più rispetto a quello italiano (ë, j, n- e ò) con cui condivide la maggior parte delle caratteristiche; vi sono 7 vocali (a, e, ë, i, ò, o e u), le restanti lettere sono tutte consonanti; esiste anche il gruppo vocalico eu che è sempre tonico e si pronuncia con suono unico, esattamente secondo la pronuncia francese (es.: reusa, "rosa" in italiano; oppure cheur, "cuore" in italiano; oppure feu, "fuoco" in italiano; oppure cheuse, "cuocere" in italiano).

La pronuncia di ogni lettera è uguale a quella italiana con le seguenti eccezioni:

e senza accento, in sillaba chiusa (cioè in sillaba dove la e è seguita da consonante), si pronuncia aperta (es.: pento, diviso in sillabe pen-to, "pettine" in italiano; oppure mercà, diviso in sillabe mer-cà, "mercato" in italiano), mentre in sillaba aperta (cioè in sillaba che finisce con la e), si pronuncia chiusa (es.: pera, diviso in sillabe pe-ra, "pietra" in italiano; oppure lese, diviso in sillabe le-se, "lèggere" inteso come verbo in italiano);

è con accento grave, ha sempre suono aperto (es.: enèrgich, "energico" in italiano; oppure përchè, perché in italiano;

é con accento acuto, ha sempre suono chiuso (es.: fé, "fare" in italiano; oppure caté, "comprare" in italiano; oppure lassé, "lasciare" in italiano);

ë detta semimuta, ha uno suono stretto, appena pronuciato, simile a quello della pronuncia francese dell'articolo "le" (es.: fërté, "strofinare" (протирать, натирать) hërde, "credere" in italiano; oppure fëtta, "fetta" (ломоть, кусок) in italiano);

o senza accento, si pronuncia come la u in italiano (es.: Piemont, "Piemonte" in italiano; oppure conté, "raccontare" in italiano; oppure sol, "sole" inteso come sostantivo in italiano). Nelle grafie "non standard" può esser scritta ou oppure u oppure ô e talora anche ö;

ò con accento grave, si pronuncia come la o aperta in italiano, in piemontese è sempre tonica (es.: dòp, "dopo" in italiano; oppure còla, "colla" (клей) in italiano; oppure fòrt, "forte" in italiano). Nelle grafie "non standard" è sempre scritta o;

u senza accento, si pronuncia come la u in francese o come la ü in tedesco (es.: butir, "burro" in italiano; oppure muraja, "muro" in italiano; oppure curt, "corto" in italiano; oppure tuf, "afa" in italiano). Nelle grafie "non standard" talvolta appare scritta ü ed in rari casi û;

c ha sempre suono dolce davanti ad i oppure e (es.: cel, "cielo" in italiano; oppure ciòca, "campana" in italiano); per rendere il suono duro davanti ad i oppure e si interpone la lettera h (es.: schers, "scherzo" in italiano; oppure chitara, "chitarra" in italiano); davanti alle altre vocali ha sempre il suono duro (es.: còl, "collo" (шея) in italiano; oppure cossa, "zucca" (тыква) in italiano); a fine parole se ha suono duro si aggiunge la lettera h (es.: strach, "stanco" in italiano; oppure rich, "ricco" in italiano; oppure pacioch, fango in italiano), se invece ha suono dolce si raddoppia la c (es.: sbrincc, "spruzzo" (брызганье, опрыскивание) in italiano; oppure baricc, "strabico" (косой) in italiano), si noti che questo è uno dei quattro casi in cui nel Piemontese si scrivono consonanti doppie, a cui comunque corrisponde la pronuncia di una singola consonante;

g ha sempre suono dolce davanti ad i oppure e (ʤ) (es.: ogetiv, "oggettivo" in italiano; oppure giust, "giusto" in italiano); per rendere il suono duro davanti ad i oppure e si interpone la lettera h (es.: ghërsin, "grissino" (гриссини, хлебные палочки) in italiano; oppure ghignon, "antipatia" in italiano); davanti alle altre vocali ha sempre il suono duro (es.: gat, "gatto" in italiano; oppure angol, "angolo" in italiano); a fine parole se ha suono duro si aggiunge la lettera h (es.: lagh, "lago" in italiano; oppure borgh, "borgo" in italiano), se invece ha suono dolce si raddoppia la g (es.: magg, "maggio" in italiano; oppure assagg, "assaggio" in italiano), si noti che questo è uno dei quattro casi in cui nel Piemontese si scrivono consonanti doppie, a cui comunque corrisponde la pronuncia di una singola consonante;

j si pronuncia come la i iniziale di "ieri" in italiano (es.: braje, "pantaloni" in italiano; oppure cavej, "capelli" in italiano), ha talora (иногда, порой) valore etimologico e di solito sostituisce il gruppo gl in italiano (es.: feuje, "foglie" in italiano; oppure fija, "figlia" in italiano);

n può avere due pronunce dentale, come correntemente in italiano, o faucale, cioè con suono nasale simile alla pronuncia della sola n [ŋ] nella parola italiana "fango", il primo sempre quando si trova all'inizio di una parola (es.: nas, "naso" in italiano; oppure nos, "noce" in italiano), il secondo sempre quando si trova alla fine di una parola (es.: pan, "pane" in italiano; oppure can, "cane" in italiano); quando a fine parola si vuole indicare la pronuncia dentale la n viene raddoppiata (es.: ann, "anno" in italiano; oppure pann, "panno" (материя, ткань, сукно) in italiano; oppure afann, "affanno" (отдышка) in italiano), si noti che questo è uno dei quattro casi in cui nel Piemontese si scrivono consonanti doppie, a cui comunque corrisponde la pronuncia di una singola consonante;

s ha suono duro, con pronuncia detta sorda, ad inizio di parola (es.: supa, "zuppa" in italiano; oppure sòco, "zoccolo" in italiano), o dopo consonante in centro di parola (es.: sensa, "senza" in italiano; oppure forsa, "forza" in italiano); ha suono dolce, con pronuncia detta sonora, a fine di parola (es.: nas, "naso" in italiano; oppure tornavis, "cacciavite" (отвертка) in italiano), o tra due vocali in centro di parola (es.: reusa, "rosa" in italiano; oppure frisa, "briciola" in italiano); per le eccezioni di quest'ultimo caso, cioè per avere suono duro a fine parola o tra due vocali, si raddoppia la s (es.: rossa, "rossa" in italiano; oppure fossal, "fosso" in italiano; oppure bass, "basso" in italiano; oppure poss, "pozzo" (колодец) in italiano), si noti che questo è uno dei quattro casi in cui nel Piemontese si scrivono consonanti doppie, a cui comunque corrisponde la pronuncia di una singola consonante;

v ha una pronuncia simile alla u della parola italiana "paura", quando si trova in posizione finale di parola (es.: ativ, "attivo" in italiano; oppure luv, "lupo" in italiano; oppure euv, "uovo" in italiano); negli altri casi mantiene la stessa pronuncia della v in italiano (es.: lavé, "lavare" in italiano; oppure savèj, "sapere" in italiano).

Esistono anche gruppi di lettere con specifiche caratteristiche di pronuncia:

s-c si pronuncia con la successione dei due suoni distinti di s e c (es.: s-cet, "schietto" (чистый, без примесей) in italiano; oppure s-cianché "strappare" (дергать, рвать) in italiano); tale scrittura sottolinea che in Piemontese non esista il gruppo sc della lingua italiana;

e dittonghi:

ua, ue e ui con a, e ed i toniche, cioè accentate, si pronunciano come in italiano, ovvero con la pronuncia della u come in italiano (es.: quàder, "quadro" in italiano; oppure guèra, "guerra" in italiano; oppure quìndes, "quindici" in italiano);

ùa, ùe, ùi e iù'; con la u tonica, si pronunciano come in piemontese, ovvero con la pronuncia della u come in piemontese (es.: crùa, "cruda" (сырой, недозрелый) in italiano; oppure sùit, "asciutto" in italiano; oppure fiùsa, "fiducia" in italiano).

Proverbi piemontesi

A basta 'n soris për fesse n'amis. Basta un sorriso per farsi un amico.

Un nemis a l'é tròp e sent amis a basto nen. Un nemico è troppo e cento amici non bastano.

Pat ciàir, amicissia longa. Patti chiari, amicizia lunga.

Can ch'a bàula a mòrd nen. Can che abbaia non morde.

A caté quatr euj, a vende un. A comprare ci vogliono quattr'occhi, a vendere ne basta uno.

Chi a va pian, a va san e a va luntan. Chi va piano, va sano e va lontano.

A basta nen avèj ëd sòld, a venta dcò savèj-je spende. Non basta avere i soldi, bisogna anche saperli spendere.

A son ij sòld ch'a fan la guèra. Sono i soldi che fanno la guerra.

 



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